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24.04.24 - 12:250

Luca Allidi: di giornalismo, di censura e libertà di stampa

"Difendiamo con forza l’informazione libera e pluralista. Difendiamo il nostro diritto di sapere, senza il quale non esiste libertà di pensare e di agire per il proprio bene"

Di Luca Allidi *

Di solito, quando si parla di quadro normativo del giornalismo (riferito in particolare al cosiddetto giornalismo investigativo o giornalismo di inchiesta, ma anche ai commenti critici), si pensa immediatamente ai limiti – e direi soprattutto ai rischi - dell’attività giornalistica. È vero. In Ticino e in Svizzera (come del resto in ogni altra parte del mondo), il giornalista che tratta temi delicati, si confronta inevitabilmente con le norme del codice penale. In particolare, con quelle previste agli art. 173 ss. CP, relative ai reati contro l’onore. E chi non è sufficientemente attento e scrupoloso si espone al rischio di incorrere in una condanna, ad esempio per diffamazione.

Il giornalista si confronta anche con il diritto civile. In particolare, con le disposizioni relative alla protezione della personalità (art. 28 ss. CC). E, in caso di violazione, corre il rischio di essere oggetto di un’azione di risarcimento danni. Vi è poi una particolarità che merita attenzione. In tema di concorrenza sleale, l’ordinamento svizzero rappresenta un unicum a livello internazionale. Dopo la revisione del 1986, la Legge federale contro la concorrenza sleale (LCSl) (una legge nata e pensata apposta per disciplinare le regole del gioco tra pari – ovvero tra attori e concorrenti del medesimo mercato) è diventata applicabile, a prescindere dall’esistenza o meno di un rapporto di concorrenza tra le parti. E quindi anche un giornalista può essere condannato per concorrenza sleale, che so ai danni di una banca o di una multinazionale.

È un tema che preoccupa molto i giornalisti. Il rischio (almeno teorico) di incorrere in cause risarcitorie milionarie, intentate dai poteri forti dell’economia produce un effetto intimidatorio. E scoraggia non poco le inchieste giornalistiche. Va detto però che la giurisprudenza è molto, molto restrittiva nel riconoscere una violazione della LCSl a mezzo stampa. Per il Tribunale federale ogni ipotesi di violazione è in ogni caso esclusa, laddove il tema trattato sia di interesse generale e il giornalista non persegua interessi commerciali, ma risponda semplicemente al suo diritto-dovere di informare.

Inoltre, sempre secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, gli estremi di una concorrenza sleale a mezzo stampa sono dati solo a fronte di resoconti giornalistici o di liberi commenti che siano completamente di parte, del tutto estranei ai fatti e del tutto insostenibili. Ma il quadro normativo del giornalismo in Svizzera non è fatto solo di limiti e di rischi. È fatto anche (a direi soprattutto) di risorse. Una di queste risorse sono senz’altro la Legge federale (del 2004, in vigore dal 2006) e la legge cantonale (del 2011) sulla trasparenza dell’amministrazione.

Concedendo ad ogni cittadino il libero accesso (naturalmente con tutta una serie di limitazioni ed eccezioni) ai documenti ufficiali dello Stato queste leggi mirano a favorire l’informazione del pubblico, la libera formazione dell’opinione pubblica e la partecipazione alla vita pubblica. In diversi ambiti, il nostro ordinamento prevede inoltre una cosiddetta disciplina privilegiata a favore dei media. Il Tribunale federale ricorda ad esempio che in tema di punibilità dei media, le norme del diritto penale vanno sempre interpretate alla luce del diritto superiore, vale a dire della Costituzione federale e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (la CEDU).

In questo contesto, va prestato particolare riguardo alla libertà dei media (sancita dall’art. 17 della Costituzione e dall’art. 10 CEDU) e all’importante ruolo che la stampa riveste nell’ottica della democrazia e dello stato di diritto. L’art. 17 della Costituzione vieta esplicitamente la censura e garantisce il segreto redazionale (la tutela delle fonti giornalistiche). Ha fatto molto discutere la decisione del parlamento svizzero di stralciare, dall’art. 266 del Codice di procedura civile, l’avverbio “particolarmente” (grave) e – così facendo – di rendere (teoricamente) più agevole ottenere dal giudice civile un provvedimento cautelare restrittivo nei confronti di un organo di stampa (in particolare un divieto di pubblicazione).

Da più parti si è parlato di bavaglio alla libertà di stampa. Personalmente ritengo che si stia un pochino esagerando. E che si stiano sopravvalutando gli effetti di questa modifica. Non bisogna dimenticare infatti che l’art. 266 rappresenta anch’esso un esempio di disciplina privilegiata a favore dei media. E, soprattutto, non bisogna dimenticare che la norma resta immutata per quanto concerne gli altri due presupposti cumulativi per ottenere una restrizione nei confronti di un organo di stampa, ovvero l’assenza di qualsivoglia motivo che giustifichi la pubblicazione del servizio giornalistico e la proporzionalità della restrizione richiesta. Circa il ruolo della stampa, la giurisprudenza della Corte europea – che anche i tribunali svizzeri sono tenuti a rispettare - ha più volte ribadito che la libertà di stampa e di espressione non vale soltanto per le informazioni o le idee accolte con favore o considerate come inoffensive o indifferenti, bensì anche per quelle che urtano, scioccano o inquietano: così vogliono il pluralismo, la tolleranza e lo spirito d’apertura, senza i quali non esiste società democratica. Una massima questa che ricorda la famosa definizione di George Orwell: “il giornalismo è l’atto di dare alle stampe ciò che qualcun altro non vorrebbe mai veder pubblicato; tutto il resto sono pubbliche relazioni”.

In tema di limitazione della libertà di stampa, la Corte europea ricorda inoltre che il margine di apprezzamento delle autorità nazionali deve sempre rispettare l’interesse della società democratica tutta di permettere alla stampa di ricoprire il suo ruolo indispensabile di “cane da guardia” – il “public watch dog”, che è guardiano e garante della trasparenza dell’attività pubblica. E non – come diceva Biagi – “fedele custode dell’impenetrabilità delle stanze del potere” …

Tutto questo per dire che, a mio modo di vedere, il nostro ordinamento giuridico è tutt’altro che sfavorevole al giornalismo di inchiesta o al giornalismo libero e critico. Se il giornalismo – in Svizzera e in Ticino - può sembrare un tantino "frenato" non è certo colpa del quadro normativo. Ho letto un’intervista a Laura Bernasconi, responsabile del servizio giuridico della RSI. Mi ha colpito una frase: “non sono le norme che fanno problema, ci fa comodo dire che sia così”. Credo che abbia ragione. Credo che sia soprattutto un problema di cultura giornalistica e di contesto sociale.

In Ticino ci siamo ormai abituati a sentire frasi del tipo: “vogliamo fare un giornalismo critico e indipendente”. Che scoperta! Se non è critico e non è indipendente non è giornalismo! Oppure: “vogliamo essere un giornale vicino alle istituzioni”. Che cosa vorrà mai dire?! Il giornalismo non è vicino a nessuno. Il giornalismo cerca di avvicinarsi il più possibile ai fatti e alla verità. Viviamo in un paese dove il direttore di un’importante testata dice tranquillamente in un’intervista: “faremo inchieste in una certa misura (…) è difficile fare inchieste in Ticino, trattandosi di un cantone piccolo dove ci si conosce un po' tutti: questo rende il lavoro del giornalista (…) delicato (…) bisogna muoversi con circospezione.” Altra bella scoperta! È proprio questo il giornalismo, direbbero Orwell e la Corte europea …

Il problema non è il quadro normativo. Del quadro normativo del giornalismo fanno parte anche la Costituzione federale e la Dichiarazione dei doveri e dei diritti del giornalista. Nella premessa del codice deontologico dei giornalisti si legge che “la responsabilità del giornalista verso il pubblico prevale su qualunque altra responsabilità, in particolare su quelle che lo legano ai datori di lavoro o agli organi statali”. Il primo degli 11 doveri del giornalista elencato nella Dichiarazione è la “ricerca della verità e il rispetto del pubblico di venirne a conoscenza”. Nel preambolo della nostra Costituzione c’è un monito che è bellissimo. I padri costituenti ci ricordano che “libero è soltanto chi usa della sua libertà”.

Libertà di stampa vuol dire diritto, ma anche (e soprattutto) dovere di cronaca. Il giornalista che vuole fare bene il suo mestiere deve conoscere i limiti giuridici della sua professione. È ovvio. E deve sapere che i limiti della libertà di stampa sono fatti per non essere superati. Ma sono fatti anche per essere (almeno) raggiunti. “Tenersi a debita di stanza” non è un bel modo di fare giornalismo. Altrimenti, già che ci siamo, per essere sicuri di non correre alcun rischio, non scriviamo. E bell’è fatta. Si chiama autocensura. È un’attitudine assai frequente. Purtroppo. E, credo, la peggior malattia del giornalista.

È una questione di attitudine. Come nello sport. Al cancelletto di partenza, Marco Odermatt (che conosce perfettamente i rischi di una discesa libera e non è sicuramente una testa calda…) non pensa mica "è meglio che vado piano, altrimenti cado…", pensa semplicemente a lasciare scorrere gli sci per andare più forte possibile.

P.S. (prendendo liberamente spunto dalla cronaca di questi giorni)

In una vera democrazia è la telefonata della stampa che agita il potere, mai viceversa! Siamo sempre pronti a difendere la libertà di stampa. Ma quando sono le nostre vicende ad essere oggetto di attenzione, la libertà di stampa ci piace un po’ meno. È naturale. È umano. Ma continuiamo a difenderla la libertà di stampa. Ad ogni costo. Non per i giornalisti. Ma per noi. Non è la loro libertà. È la nostra. Difendiamo con forza l’informazione libera e pluralista. Difendiamo il nostro diritto di sapere, senza il quale non esiste libertà di pensare e di agire per il proprio bene. Nel 1971, la Corte suprema americana ha respinto la richiesta del Presidente Nixon di vietare al Washington Post e al New York Times la pubblicazione dei famosi Pentagon Papers (un rapporto “top secret” sulla guerra nel Vietnam, che svela anni di bugie delle amministrazioni americane). Una vicenda rievocata nel bel film The Post del 2018. C’è una frase in quella sentenza della suprema Corte, che sintetizza bene questi pensieri (una frase che il mondo di oggi ha forse dimenticato). Dice: “La stampa deve servire chi è governato, non chi governa…”

* avvocato, membro del Consiglio svizzero della stampa

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