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Il Federalista
20.05.24 - 08:360
Aggiornamento: 09:12

Nemo, una vittoria e tante domande

Claudio Mésoniat intervista Alberto Frigerio, medico e teologo, sul significato politico e culturale della vittoria dell'artista svizzero all'Eurosong

di Claudio Mésoniat - contributo de ilfederalista.ch

Alberto Frigerio è teologo e docente di Etica della vita presso l'ISSR di Milano. Laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Membro del Consiglio Scientifico del Veritas Amoris Project. Editorial Member dell'American Journal of Health Research. Autore di alcuni volumi, tra i quali L’enigma della sessualità umana e Bioetica e civiltà̀ tecnologica.

Professor Frigerio, partiamo dal “caso Nemo”, questo ragazzo diventato una bandiera della causa queer grazie al suo talento musicale messo al servizio di una campagna a tutto campo per i diritti delle persone “non binarie”. E forse... partiamo dalla fine, cioè dall’ultimo atto della campagna.
Dopo il successo al concorso musicale Nemo ha chiesto di poter incontrare il Ministro svizzero della Giustizia per affrontare il suo sogno di far entrare il “terzo genere” nel diritto federale. Qualcuno però si è accorto che sarebbe una rivoluzione, perché tutto l’impianto giuridico dello Stato – leggi sulla famiglia, sulla previdenza sociale ecc. – è costruito su un asse binario. Cosa ci fa capire questa impasse?"
"Direi che rivendicazioni come questa, di introdurre il terzo sesso nel diritto federale, incarnano un orientamento individualista dell’esperienza affettiva e spingono verso una mutazione dell’istituto matrimoniale e familiare. Mi spiego: la definizione giuridica classica concepisce matrimonio e famiglia come (in un latino comprensibile a tutti) coniunctio maris et foeminae procreandorum filiorum causa. La tendenza crescente è invece di intenderlo come preferenza individuale di due soggetti che vogliono condividere la loro sessualità in forma privata. Insomma, il diritto ha finora riconosciuto l’istituto del matrimonio come “negozio privato d’interesse pubblico” in quanto origine della famiglia, cioè un’unione tra uomo e donna aperta alla vita: ed è questo che fa del matrimonio un fattore di promozione del bene comune. Ora invece succede che il matrimonio tende a essere concepito come istituzione di diritto privato di carattere convenzionale, espressione di desideri individuali che lo Stato sarebbe tenuto a garantire e tutelare come diritti".

Cosa va perso in questa trasformazione?
"La famiglia tra uomo e donna fondata sul matrimonio ha un ruolo decisivo nell’annodare le differenze originarie dell’umano: sessi, generazioni, stirpi (ci sono avvincenti sudi di Vittorio Cigoli ed Eugenia Scabini in proposito). E d’altra parte –come ha mostrato Pierpaolo Donati- trasmette in massimo grado le virtù sociali (fiducia e accoglienza dell’altro, abilità a sacrificarsi per gli altri, onestà e rispetto della legge). Perciò è allo stesso tempo la dimora della persona e il grembo della società. È un contributo importante a realizzare il bene comune (o, come si dice, a costruire una “vita sociale buona”)".

Se questo è il motivo per cui è nell’interesse della società sostenere la famiglia tra uomo e donna fondata sul matrimonio, che posto potrebbero avere altri tipi di legame, come quello tra persone dello stesso sesso?
"Non andrebbero equiparati alla famiglia tra uomo e donna, andrebbero regolati tramite il diritto comune, che è perfettamente in grado di salvaguardare i diritti individuali e tutelare le relazioni giuridiche di reciproco interesse".

Sullo sfondo delle rivendicazioni del mondo LGBTQ+ vi è la tendenza a considerare il sesso che ci troviamo assegnato dalla natura come fosse qualcosa di accidentale, se non una sorta di prigione. Ma abolire il peso della natura è realistico?
"La corporeità sessuata non è un tratto accidentale ma essenziale della soggettività: il corpo si configura nella variante maschile e femminile, che è una variabile per l’essere umano in generale, che può essere maschio o femmina, mentre è una costante per il singolo essere umano, che è maschio o femmina. L’irriducibilità della differenza sessuale dice che maschio e femmina non sono tutto il modo di essere un essere umano, entrambi hanno di fronte l’altro modo di esserlo, inaccessibile a sé. La differenza sessuale dice contingenza e trascendenza, è cioè un limite, perché circoscrive il soggetto in una versione dell’umano, ma è anche una ricchezza, in quanto lo invita ad aprirsi all’altra versione per raggiungere ciò che da solo non è né può raggiungere: la comunione generativa. È l’intreccio di differenza sessuale, dono di sé e fecondità, che il Card. Angelo Scola chiama «mistero nuziale» ".

Ci sono convergenze su questa visione al di fuori della teologia cattolica?
"Direi senz’altro di sì, perché questa prospettiva è corroborata dal pensiero della differenza, maturato nell’alveo della seconda ondata del femminismo, che riconosce il carattere costitutivo e inaggirabile della differenza sessuale, anche per il carattere simbolico della corporeità. Un’osservazione attenta coglie che il soggetto possiede e al tempo stesso è il suo corpo, tramite cui si apre al mondo e il mondo si apre a lui. Il corpo però si dà e si vive nella differenza, di ordine biologico, psicologico e spirituale, due modi di essere e di esistere connotati da flessioni specifiche, che si accrescono e contaminano nella relazione".

Eppure nei suoi studi lei valorizza quello che definisce “il paradigma culturalista”, in quanto ci può aiutare a uscire da un “paradigma biologistico”. Può provare a sciogliere questi sintagmi complessi, per capire cosa c’è di interessante e utile per una crescita culturale dell’uomo contemporaneo nelle cosiddette “teorie gender”?
"Il paradigma biologista, noto come born this way theory, piuttosto diffuso in ambito neuroscientifico, sostiene che la sessualità umana sarebbe determinata da meccanismi biologici di ordine genetico e/o endocrinologico, che opererebbero una programmazione cerebrale precoce, da cui dipenderebbero l’identità di genere e l’orientamento sessuale. È una visione che però non tiene conto dell’interazione dei tratti biologici con quelli psicologici, sociali e culturali, che concorrono alla maturazione del genere e dell’orientamento (anche se è pur vero che gli autori del manuale Principles of Neural Science, testo di riferimento della disciplina neuroscientifica, riconoscono che geni ed esperienza agiscono in modo non escludente ma correlato)".

Qual è l’apporto di quello che lei chiama “paradigma culturalista”, in genere noto come gender theory?
"È un insieme composito di teorie sorte nell’ambito della terza ondata del femminismo, che tende a decostruire la normatività eterosessuale ed è propenso a superare la supposta inevitabile conflittualità uomo/donna nell’indistinzione di genere. La gender theory opera una de-naturalizzazione della sessualità umana a favore di una sua comprensione meramente culturale, come attesta un’icastica espressione di Gayle Rubin (l’antropologa americana cui si fa risalire il nucleo della teoria del genere): «Il sogno che trovo più stimolante è quello di una società androgina e senza genere (ma non senza sesso), in cui l’anatomia individuale sia irrilevante ai fini di chi si è, cosa si fa e con chi si fa l’amore» ".

Insomma, non tutto è determinato biologicamente, diversamente da quanto sostiene la visione biologista.
"Ed è vero, non solo perché il ruolo di genere è culturalmente connotato ma anche perché l’identità di genere e l’orientamento sessuale non sono inevitabile estensione del sesso biologico, come documentano con esemplarità la condizione transgender e omosessuale".

E dove sta a suo modo di vedere il limite della teoria del genere?
"Anzitutto nel fatto che sottolinea in modo unilaterale l’influsso del parlante sul vivente, liquidando il dato biologico. Lo rileva sinteticamente Geneviève Morel quando chiarisce che «se la teoria del genere contiene un nucleo di verità, ovvero che non tutto nella sessualità è anatomia, ripristina la vecchia idea di una dualità tra corpo e mente». In secondo luogo, se la teoria gender ha il pregio di misurarsi con la conflittualità che minaccia la relazione tra i sessi, di cui dà prova la distinzione gerarchica e il dominio maschile sul femminile del modello patriarcale, ha però il limite di intenderla quale fonte inevitabile di soprusi, secondo una visione dialettica che preclude l’alleanza del maschile col femminile e promuove il dissolvimento della differenza".

Prima di chiederle quale sia una possibile “terza via”, ci sono alcune questione aperte da chiarire. Per esempio se esista davvero una “teoria gender” o, come sostengono molti militanti LGBT+, non sia un’invenzione dei polemisti “al servizio del patriarcato”?
"Per capire se esista e quale profilo abbia il pensiero gender, può servire ascoltare colei che ne viene solitamente indicata come antesignana,  Judith Butler, secondo la quale la teoria del genere sorge dall’incontro tra antropologia statunitense elaborata alla luce dei gender studies e filosofia strutturalista di area francese: «Ritengo importante precisare di non aver inventato gli “studi di genere” (gender studies): la categoria di genere era già in uso dagli anni Sessanta, negli Stati Uniti, sia all’interno della ricerca sociologica, sia in quella antropologica … La così detta “teoria del gender” prende dunque piede solo tra gli anni Ottanta e Novanta, innestandosi proprio all’incrocio tra l’antropologia statunitense e lo strutturalismo francese» ".

Della teoria gender si parla anche come di una “ideologia”. Vale la pena pesare le parole (anche perché, tra gli altri, è lo stesso papa Francesco a utilizzare il termine): il termine ci sta?
"Sì è vero, papa Francesco in diversi interventi, taluni dei quali evocati dalla Dichiarazione Dignitas infinita (nn. 55-59), ha qualificato la visione gender come ideologica, in quanto programmaticamente intenta a rimuovere il dato della differenza sessuale. La valutazione, che a mio avviso è pertinente, richiede forse di precisare cosa s’intenda per “ideologia”. Nel testo Le origini del totalitarismo Hannah Arendt rinviene il nucleo di ogni pensiero ideologico nella volontà d’imporre coercitivamente una lettura parziale della realtà. È quanto effettivamente accade col gender, che assolutizza il dato culturale a detrimento di quello naturale, così da negare la reciprocità naturale uomo-donna e svuotare la base antropologica della famiglia. Con l’aggiunta che sovente i suoi fautori operano una scomunica sociale nei confronti di chi, pure in modo ragionato e rispettoso, dissente. Si pensi poi all’annosa questione del blocco della pubertà per quanti esperiscono un disagio affettivo e/o cognitivo relativo al genere assegnato alla nascita in base al sesso fenotipico".

A proposito di manipolazioni corporee, legate alle “disforie di genere” (disagi che sembrano in aumento esponenziale) è difficile non considerarle una deriva preoccupante. Le nostre società europee offrono facili vie d’uscita da queste situazioni di malessere banalizzando gli interventi ormonali e chirurgici su ragazzi e bambini. Ne abbiamo trattato sul Federalista dopo che una studiosa britannica aveva lanciato l’allarme sui disastri compiuti nel suo Paese (come anche in Svezia) e abbiamo constatato che –senza troppo dare nell’occhio- anche la nostra legislazione svizzera consente cure ormonali su bambini a partire dai nove anni e mastectomie su ragazze a partire dai 13 anni.
"Secondo studi autorevoli e aggiornati, nell’85% dei casi la disforia di genere si risolve con la crescita, mentre il blocco della pubertà apporta miglioramenti minimi su salute mentale, immagine corporea e adattamento psicosociale. È quanto certifica il Cass Report cui fate riferimento, dal quale traspare l’inefficacia dei bloccanti della pubertà per riferimento alla salute personale. Per questo motivo il Regno Unito, insieme ad altri paesi pionieristici in tema di blocco della pubertà (Svezia, Finlandia), ha rivisto le linee guida, prevedendo il trattamento in casi singolari e comunque all’interno di protocolli di ricerca.
Al gender affirmative model, promosso dalla visione gender, che invita a identificarsi col genere percepito e prevede d’intervenire sulla corporeità per coordinarla allo psichico, va senz’altro preferito un approccio prudenziale, che aiuti il soggetto ad accogliere, interiorizzare e integrare le trasformazioni fisiologiche che vive nel suo corpo in una nuova immagine di sé, come ha ben descritto la nota scrittrice italiana Susanna Tamaro in un recente articolo sul “Corriere della Sera”, dal titolo assai eloquente “Io, bambina in un corpo sbagliato, mi sono scoperta donna”.

Nei suoi studi lei parla della stagione dei diritti sessuali come della “quarta generazione dei diritti” che segna il passaggio tra i due secoli, dopo le stagioni dei diritti civili (libertà), politici (voto), sociali (lavoro, istruzione) che hanno segnato il Novecento. Di quali diritti si tratta?
"Ci si riferisce solitamente al diritto alla salute riproduttiva (aborto, contraccezione), al diritto a nascere sano e avere un figlio sano (eugenetica), al diritto alla buona morte (eutanasia), ai diritti sessuali (same-sex marriage, procreazione medicalmente assistita, maternità surrogata, manipolazione della corporeità) e al diritto al potenziamento (incremento delle capacità intellettive, della funzionalità corporea, delle modalità sensoriali)".

Che filo c’è tra le battaglie per aborto, eugenetica, eutanasia e quelle per i diritti sessuali?
"I nuovi diritti, di ambito bioetico e delle nuove tecnologie, hanno una curvatura individualista, declinano le fondamentali esperienze umane del nascere, amare e morire in chiave soggettivista e asserviscono il diritto alle inclinazioni e scelte individuali, al fine di tutelare la libertà intesa come autodeterminazione assoluta del singolo.
Ma l’equiparazione tra desideri e diritti risulta piuttosto incauta e chiede di recuperare una concezione nobile dei diritti fondamentali della persona, volti a salvaguardare ciò che tutela il bene della persona e l’edificazione della società. Si può citare Antonio Spadaro, secondo il quale «ogni semplice desiderio (contingente, particolare, soggettivo) è stato considerato equivalente a un diritto [tali sarebbero, per esempio, anche: le liberazioni sessuali (per taluni anche con minorenni – pedofilia – purché consenzienti), la facoltà di drogarsi, il potere di auto-mutilarsi, di farsi (reciprocamente e consensualmente) del male, ecc.]. In tal modo, ogni pulsione ipersoggettiva, ogni tendenza narcisistica, aspira a diventare “diritto”, e “diritto fondamentale”. Tale approccio banalizza i diritti fondamentali in una prospettiva edonistica, consumistica e relativistica, mentre a essi dovrebbero invece corrispondere profondi bisogni (se non oggettivi, quantomeno intersoggettivi, e tendenzialmente stabili nel tempo e universali nello spazio)»".

C’è un ultimo aspetto che ci sta particolarmente a cuore, quello educativo. C’è la tendenza nella nostra scuola – non sappiamo se anche in quella italiana – a bagatellizzare la fluidità sessuale, a enfatizzare i disagi (le disforie di genere), fino a presentare i cambiamenti di sesso come possibili vie d’uscita. Non si corre il rischio di propinare (a bambini e giovani) come una verità provata quella che invece è una teoria discussa, caricandoli oltre tutto di un peso di autodeterminazione che non sono preparati a portare?
"Direi tre cose. Prima di tutto l’importanza di garantire effettiva libertà di espressione e di educazione, anche perché lo Stato democratico, per essere tale, non può ridurre la proposta educativa a pensiero unico, tanto più in una materia così delicata.
In secondo luogo urge superare l’approccio informativo/preventivo, intento a fornire informazioni che consentano di gestire e godere in sicurezza degli aspetti pulsionali ed emotivi, secondo voglie e gusti personali, prevenendo esiti indesiderati quali la gravidanza e trasmissione di malattie.
Questo approccio, diffuso nei corsi scolastici di educazione sessuale e affettiva, sottende una concezione romantica che misura la verità dell’amore umano in base all’intensità emotiva e all’appagamento pulsionale. In realtà, come insegna Tommaso, l’amore è una passione mentre amare è la decisione di volere il bene della persona amata. L’educazione all’amore chiede dunque di muovere dalla prospettiva tecnica, intenta a fornire istruzioni su come praticare il supposto e conclamato sesso sicuro, alla prospettiva sapienziale, intenta a dischiudere il senso dell’amore, che consente di comprendere modi e tempi per viverlo.
In terzo luogo, penso vada evitata quella che papa Francesco chiama «colonizzazione ideologica», a cui dà voce Camille Paglia, professoressa universitaria, lesbica dichiarata e paladina del Sessantotto, che vale la pena citare in esteso: «L’orientamento sessuale è fluido e ambiguo, e l’omosessualità ha cause multiple. Esso certamente non è innato […] L’intrusione di attivisti militanti gay nelle scuole primarie fa più male che bene incoraggiando gli adolescenti a definirsi prematuramente come gay, quando in realtà molti sono dilaniati da instabilità, insicurezza e dubbio. Discutibili e esagerate statistiche sui suicidi dei teenagers sono gravemente abusate. In molti casi, i tentati suicidi sono probabilmente dovuti non alla persecuzione omofoba ma a relazioni famigliari problematiche, che potrebbero essere la sorgente di disadattamento sociale e impulsi omosessuali […] I professori dovrebbero smettere di porsi come terapisti e benefattori e dovrebbero tornare a introdurre alla vasta distesa di arte, letteratura, storia e scienze gli studenti, che hanno un disperato bisogno di arricchimento culturale e sviluppo intellettuale» ".

In conclusione veniamo alla “terza via”, cioè a quello che lei propone per ovviare ai limiti del paradigma biologista e culturalista, di cui si diceva. Lei parla di “paradigma personalista”. Ovvero…
"Si tratta di promuovere una visione integrale della persona umana. Un paradigma personalista coglie la differenza sessuale come un dato strutturale della persona, che incide sulla determinazione soggettiva e sul modo di abitare il mondo. Come dicevo, nell’essere umano il biologico ha sempre anche valore simbolico, motivo per cui l’essere sessuati come maschi/femmine non pre-determina (diversamente da quanto sostiene il biologismo) e però orienta (diversamente da quanto sostiene il culturalismo) il modo di essere e di esistere della persona.
Non si tratta di scegliere né contrapporre struttura biologica e ordine simbolico, dato e interpretato, come fanno biologismo e culturalismo. Si tratta di comporre natura e cultura, riconoscendo il primato del naturale sul culturale, in quanto la natura costituisce il solco in cui il soggetto è chiamato a operare l’auto-interpretazione edificante. In tal senso, la qualifica originariamente maschile/femminile, a cui dà voce il biblico «maschio e femmina li creò» (Gn 1,27), innesca il compito di divenire uomo/donna.
Al riguardo, vale la pena richiamare Jacques Lacan, il quale parla di «processo di sessuazione» in riferimento al percorso che muove dall’essere maschio/femmina al divenire uomo/donna. In questo senso, la sessualità umana risulta biologicamente data, psicologicamente elaborata, culturalmente condizionata e moralmente scelta. È quanto certifica la psicologia, secondo le parole di Raffaella Iafrate ed Elena Canzi: «Restituiamo al corpo sessuato la sua valenza simbolica … Veniamo concepiti come maschi o femmine e ci viene affidato un progetto da sviluppare, ossia quello di diventare uomo o donna»".


 


 

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