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Politica e Potere
25.03.22 - 14:060
Aggiornamento: 28.03.22 - 09:00

La piazza pro Ucraina e la sbandata di Ignazio Cassis

La neutralità svizzera sta già subendo uno stress test, non c'è bisogno di ulteriori sollecitazioni

di Andrea Leoni

La presenza di Ignazio Cassis sul palco della manifestazione a sostegno dell’Ucraina a Berna, lo scorso weekend, continua a sollevare polemiche e perplessità. Ieri la RSI ha raccolto il disappunto dell’ambasciata russa. “Esserci era un mio preciso dovere”, ha ribattuto Cassis, spiegando che "gli obblighi diplomatici fanno sì che, se un presidente di un Paese democratico e amico bussa alla porta, la si apre e lo si accoglie”. L’amico alla porta era Volodymir Zelensky, in collegamento da Kiev con Piazza Federale. 

È importante premettere che a nostro avviso la Svizzera ha fatto bene ad adottare le sanzioni occidentali contro il regime di Vladimir Putin, a fronte di una brutale invasione militare a danno di un Paese europeo, sovrano e democratico. Non c’è giustificazione per quel che sta facendo il Cremlino e il nostro Paese non poteva restare indifferente, per dirla con Cassis, davanti a questo scempio che minaccia il Continente ed offende i nostri valori. 

I discorsi teorici sulla neutralità, vanno bene per le dispute da bar o per la polemica partitica. Ma nel Mondo globalizzato di oggi, bisogna sapere dove si sta di casa. E la nostra casa è l’Europa, l’Occidente. Ogni convivenza prevede lealtà e rispetto di regole comuni: ci è stato chiesto, lo abbiamo fatto. Ogni altro discorso rischia di essere puramente velleitario, a cominciare da quello, ridicolo, che vorrebbe una Svizzera quasi a sovranità illimitata. Siamo circondati da 27 Paesi dell’Unione Europea e dalla Nato, cioè dagli Stati Uniti (e per fortuna, visti i tempi che corrono). Il resto sono chiacchiere.  

E veniamo al però. Fino a sabato scorso, mi sono pienamente sentito rappresentato dal Consiglio Federale e dal presidente Cassis. Anche nei toni risoluti con cui si è condannato, senza ambiguità, la guerra di Mosca. La “piazzata” con Zeklensky, invece, è stata un eccesso, una sbandata dalla strada giusta. Innanzitutto per il contesto, più da sagra della salsiccia che da accoglienza diplomatica, come il ministro degli esteri ha tentato di giustificarla, con il palco animato da strambe figure che sembravano uscite da un film dei fratelli Coen: dal capo claque in tuta ucraina, stile allenatore di boxe a bordo ring, a un altro tizio che pareva aver appena smontato dal turno come buttafuori di una discoteca. 

In secondo luogo, a stonare, è stata proprio la scelta della piazza. Zelensky, nelle ultime settimane, si è collegato con raduni in mezza Europa a sostegno del popolo ucraino, nei quali ci riconosciamo pienamente. E ha fatto bene, intendiamoci. Ma nessun capo di Governo si è presentato a dialogare con lui tra cori da stadio, striscioni e cartelli. Neppure i leader di Paesi che stanno fornendo armamenti all’esercito di Kiev, dunque schierati in modo molto più diretto nel conflitto rispetto a noi. L’accoglienza diplomatica di Zelensky in queste nazioni è avvenuta, saggiamente, in sedi istituzionali come i Parlamenti o le riunioni governative. In un contesto consono, insomma, dove anche la politica Svizzera avrebbe potuto riceverlo, con una formula più sobria e meno stridente con la neutralità.

Abbiamo scritto “saggiamente” poiché oltre che per una questione di forma istituzionale, che in questo caso è sostanza, come ha ben annotato il capogruppo PPD Maurizio Agustoni, anche per una banale questione di opportunità. L’incidente in piazza  è sempre dietro l’angolo. Ne bastano un paio per fare un disastro. Cosa sarebbe accaduto se qualcuno avesse dato fuoco alla bandiera russa o anche soltanto a una maglietta di Putin? Le immagini avrebbero fatto in un amen il giro del Mondo e l’incidente diplomatico sarebbe stato enorme. 

La neutralità svizzera sta subendo uno stress test che, già di per sé, divide  la politica e l’opinione pubblica in una fase delicatissima della storia. Ci pare ragionevole l’invito ad evitare di caricare l’esercizio di ulteriori sollecitazioni, soprattutto quelle inutili.

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