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Politica e Potere
18.10.21 - 17:430
Aggiornamento : 30.10.21 - 11:11

PSE di Lugano: perché il piano A è meglio del piano B

Da un lato si propone di riqualificare un quartiere, dall'altra di creare una cattedrale tra due parcheggi

di Andrea Leoni

La faccio un po’ semplice, forse, giudicherà il lettore, ma credo che sulla vicenda del nuovo Polo sportivo degli eventi di Lugano vi sia la tendenza a focalizzarsi sui particolari smarrendo la visione d’insieme.

È importante una premessa: sono quasi vent’anni che seguo da cronista la politica cantonale e luganese e di progetti perfetti non ne ho visto neppure uno, né sulla carta né a lavori ultimati. Ogni qual volta un’opera pubblica si affaccia alla realizzazione, vi è sempre qualcuno che obbietta sulla sua reale utilità, sulle modalità di finanziamento, sui costi, su come va costruita e se va costruita completa oppure no. In altre parole c’è sempre chi non l’avrebbe fatta o l’avrebbe fatta in un altro modo. Un processo inevitabile essendo tali costruzioni commissionate da un ente pubblico, quindi finanziate con i soldi dei cittadini e in quanto tali sottoposte a più passaggi di verifica e mediazione. Tutto questo per dire che chi aspira al progetto perfetto, che si sovrapponga alle proprie aspettative estetiche o ideali, rincorre soltanto un unicorno che galoppa nel cielo dell’immobilismo.

 I referendisti, attraverso un lavoro serio e certosino, hanno sollevato una serie di criticità interessanti, in alcuni casi molto interessanti. Questo merito gli va riconosciuto e consentirà al cittadino di esprimere con maggiore criterio il voto. Dobbiamo essere sinceri: non tutte le obiezioni sollevate dagli oppositori sono da bollare con superficialità  come la propaganda di sfascisti di sinistra o di palazzinari liberali. I punti critici ci sono, proprio perché il PSE, come tutti gli altri progetti, è imperfetto. La domanda più importante è quindi quella successiva: queste criticità sono sufficienti per respingere nelle urne questa proposta?

Un piccolo passo indietro, per farne due avanti. Il LAC è l’esempio lampante di progetto imperfetto. Il centro culturale fu costruito senza ristorante, con un autosilo che fa acqua e con tutta una lunga serie di piccoli-grandi difetti: dalla facciata “leopardata” alla capienza degli ascensori. Non c’era neppure un piano di gestione. Sul cantiere, si ricorderà, intervenne anche la Procura e la polizia, con un grave danno d’immagine per la Città. Per non parlare dell’impatto finanziario dell’opera - interamente a carico dell’ente pubblico- che “ha contribuito a portare in affanno le casse comunali negli anni 2013-2015” (Cristina Zanini Barzaghi, docet). Eppure nonostante le pecche, anche gravi, alcune delle quali prevedibili ad occhio nudo, fortunatamente il LAC è stato edificato e oggi nessuno tornerebbe indietro. 

Da qui la necessità dell’esercizio critico di una ponderazione d’interessi, lo stesso che il cittadino svizzero è chiamato a svolgere ogni volta all’interno del processo democratico. Ebbene, se poniamo sul piatto della bilancia il progetto approvato dal Municipio e dal Consiglio Comunale e sull’altro le pecche sollevate dai referendisti, a nostro avviso la lancetta pende decisamente a favore del PSE.

Cominciamo dai fondamentali. È sufficiente guardare il piano prospettato da Esecutivo e Legislativo e osservare oggi Cornaredo, per rendersi conto che il Polo non è soltanto un’opera con delle nuove infrastrutture sportive ma una vera e propria riqualifica di un quartiere brutto e desolato, che tra l’altro è la porta d’ingresso da nord di Lugano. Non proprio un bel biglietto da visita. E questa è la prima obiezione forte da fare ai referendisti. Se, come loro propongono, si procedesse alla sola ristrutturazione dello stadio e alla costruzione del palazzetto, il quartiere e la città ne avrebbero benefici marginali. Basta immaginarselo: prendete Cornaredo oggi e  metteteci le nuove arene. Vi piacerebbe? Oppure prendete il progetto del PSE, architettonicamente accattivante, con un grande parco e altri insediamenti amministrativi, abitativi e di servizi. Non c’è partita. La prima ipotesi prospetta una cattedrale nel deserto tra due parcheggi, la seconda un nuovo quartiere.

Fulvio Pelli ha ragione su un punto: in politica serve sempre un piano B. Il tema è che il piano B proposto dal comitato referendario è a nostro avviso peggiore, e assai, del piano A. Per questo il progetto va difeso e realizzato nel suo complesso e non fatto a pezzi.

E qui si apre il tema del finanziamento. Senza l’intervento del privato sarebbe forse possibile, ma pur sempre con gravose incognite (vedi esperienza LAC),  finanziare in proprio il piano B, ma di certo non il piano A. Quindi via la riqualifica di Cornaredo e via anche la riqualifica del Maglio, con il nuovo centro per lo sport giovanile, che è un’altra perla del progetto, con un altro parco a beneficio dei cittadini. Per realizzare tutto ciò si rende necessario un partenariato tra pubblico e privato, che vuol dire che entrambi ci devono guadagnare, la Città di Lugano e HRS. Di qui non si scappa. È comprensibile che, se presi singolarmente, alcune parti del contratto, come in ogni contratto, non facciano fare i salti di gioia, ma se preso nel complesso, soppesando quel che concedi e quel che ricevi, l’accordo è buono, ragionevole e sostenibile, soprattutto per permettere alla Città di avere più respiro finanziario per realizzare gli altri investimenti in cantiere.

Andrò controcorrente: a me le due torri piacciono e le trovo funzionali per centralizzare l’amministrazione, ciò che eviterà ai cittadini di rimbalzare da un quartiere all’altro per un certificato e permetterà ai servizi di lavorare e comunicare più agevolmente. Non mi disturbano neppure le quattro palazzine a ridosso del parco che tanto fanno gridare allo scandalo. In un quartiere riqualificato, con appartamenti nuovi, servizi, in mezzo al verde e a pochi minuti dal centro, quegli spazi potrebbero diventare un’opportunità abitativa interessante, se i prezzi saranno accessibili. Se si vuole ripopolare la Città, occorre anche renderla attrattiva con nuovi insediamenti, o no? Su questo punto vanno fatte due aggiunte. In primis che la realizzazione dei quattro edifici è sub iudice: deciderà il Consiglio di Stato. Il Governo potrebbe autorizzare in parte o completamente la costruzione, oppure negarla. È musica, incerta, di domani. Inoltre sul tema dello sfitto, problema serio che attanaglia Lugano, va detto che gli ultimi dati  raccolti dalla Città segnalano come a soffrire siano soprattutto quegli edifici dove non si è fatta mai o quasi manutenzione. In generale, si fa fatica a comprendere la ritrosia, quasi ideologica, verso opere di architettura moderna presenti in ogni città all’avanguardia.

Così come si fa fatica capire, nell’anno di grazia 2021, la contrarietà di esercenti e commercianti. Diventa difficile sostenere che lo spostamento degli uffici amministrativi di via della Posta, cioè di un centinaio di collaboratori, rappresenti un colpo mortale all’economia del centro. Basti ricordare che il centro di Lugano ha quasi 9’000 attività economiche. Questo è il rapporto: 100 a 9’000, di cosa stiamo parlando? Il tutto nell’era dell’e-commerce, del delivery, dell’e-biking. Questo genere di opposizione fa emergere una mentalità conservatrice, che è probabilmente la prima causa dei problemi di quel settore economico. Il centro sarà sempre il centro perché ha una calamita potentissima che continuerà ad attrarre i cittadini e che Cornaredo non avrà mai: il lago. Infine, i vetusti stabili attualmente in uso all’amministrazione in Via della Posta potrebbero essere finalmente riattatati e destinati, si spera, a ripopolare il centro di abitanti anziché di uffici. Sicuri che non convenga?

Se alcune categorie avessero un pensiero più generoso verso lo sviluppo di Lugano, e sgravato da paure ipotetiche e da vetuste difese corporative, probabilmente alla fine ne trarrebbero tutti beneficio. 

Guardare all’insieme e non al particolare. Guardare avanti, pensare al medio periodo, senza restare ostaggi dei dubbi e delle difficoltà del presente. Con coraggio e anche con quel pizzico di orgoglio di voler essere all’altezza della storia di Lugano. Come è stato fatto con l’Università, con il LAC, con la Foce: tutti progetti imperfetti, megalomani secondo i contestatori dell’epoca, ma che per fortuna sono stati realizzati. Così ci auguriamo che ragionino gli elettori luganesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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