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Coronavirus
24.04.20 - 14:310
Aggiornamento : 29.04.20 - 23:13

Max Tettamanti racconta il suo calvario nel "buco nero" del Covid-19. E al personale ospedaliero dice: "Grazie ragazzi, siete stati fantastici!"

"Penso che un giorno, fumando un sigaro, mi dirò: Dio mio, sono qui perché lassù non mi hanno voluto. Come con le figurine della Panini, hanno guardato la mia e qualcuno ha detto: ce l’abbiamo già”

Di Marco Bazzi

 

Il calvario di Max Tettamanti è iniziato sabato 21 marzo, quando è andato a farsi visitare al Centro medico di Chiasso. Quella sera è stato ricoverato nel reparto di cure intensive della Clinica Luganese Moncucco. È stato “estubato” due settimane dopo, lunedì 6 aprile, e fino al mercoledì successivo è rimasto in reparto.

Giovedì 9 aprile è stato trasferito alla Clinica Hildebrand di Brissago per la riabilitazione. Ma ha dovuto essere nuovamente ricoverato alla Carità di Locarno nel tardo pomeriggio di domenica 12 per un’infezione polmonare. Da martedì 14 a sabato 18 aprile è stato spostato nel reparto di cure intensive, intubato per la seconda volta e sottoposto a una cura antibiotica. Oggi, quasi un mese dopo il ricovero alla Moncucco, è tornato alla Hildebrand per la riabilitazione.

 

Da alcuni giorni Max aveva una tosse terribile e delle placche in gola, tipo angina. Si sentiva molto stanco e, temendo di avere contratto il Coronavirus, si era messo in quarantena volontaria. Il medico gli aveva prescritto del Dafalgan tre volte al giorno e fino a quel momento si era curato così.

 

“Il paracetamolo mi dava un po’ sollievo, ma la tosse e la stanchezza continuavano, così ho deciso di farmi visitare. Sono risultato positivo al tampone, avevo il livello di saturazione molto basso, e alle undici di sera mi hanno ricoverato alla Clinica Moncucco”, racconta il presidente della Sagra del Borgo di Mendrisio, promotore della Mangialonga e anima della Vineria dei Mir.

 

“Quando mi hanno detto che dovevano intubarmi mi si è gelato il sangue, anche se non avevo esattamente idea di quello che significasse – racconta -. Ma ho capito che sarei entrato in un reparto ospedaliero blindato, dove per un periodo imprecisato non avrei potuto avere alcun contatto, nemmeno telefonico, con i miei cari e con gli amici. Mi hanno detto: Max prendi un paio di magliette e qualche ricambio che devi andare alla Moncucco. Da quel momento non ho più avuto contatti con nessuno. In realtà nemmeno con me stesso: è stato come entrare in un buco nero”.

 

Avete idea di cosa significa vivere 15 giorni con un tubo infilato in gola e imbottito di sedativi che vi tengono in una sorta di coma artificiale? Ecco, se ancora pensate che alla fine tutta questa storia della pandemia sia stata gonfiata dai media che seminano panico e da qualche medico incline all’allarmismo esagerato, chiedete a Max Tettamanti che significato ha per lui la parola Covid-19!

 

Ricordo bene quella domenica 22 marzo: il Consiglio di Stato aveva appena decretato il lockdown di industrie e cantieri e stavo facendo una passeggiata sopra casa mia a Brissago. Mi chiamò un amico comune e mi disse: “Non ti preoccupare, nulla di grave, ma Max è risultato positivo ed è stato intubato”. Il suo ottimismo non mi convinse completamente. Pensai: ma se l’hanno messo in cure intensive dev’essere grave! In effetti era grave, e i bollettini dei giorni seguenti me l’hanno confermato.

 

Max ha la mia età: ha compiuto 60 anni il 18 febbraio, pochi giorni prima di me. Non aveva particolari fattori di rischio, a parte un po’ di sovrappeso e una leggera ipertensione. Eppure questa maledetta malattia l’ha presa in pieno e ha rischiato davvero di non esserci più. Non è retorica, è la pura verità.

 

In quei giorni concitati continuavo a sentire i soliti appelli rivolti agli ‘over 65’: state a casa, non andate a fare la spesa, siete a rischio, eccetera. Sarebbe stato meglio dire “ragazzi, signori, qui nessuno è al riparo dal virus e se lo pigli non sai cosa ti può succedere”. D’altra parte, altre persone ben al di sotto dell’età pensionabile erano finite in ospedale, chi in reparto, chi intubato, o avevano trascorso a casa giorni di sofferenza.

 

Cosa ricorda Max di quei giorni? Poco, e quando si è lentamente risvegliato dall’incubo ha fatto fatica a capire dove fosse e cosa gli fosse successo. È l’effetto del “buco nero”, del “lockdown della coscienza”.

 

“Già, ho dovuto prendermi 15 giorni di vacanze forzate per dare una mano alla medicina a trovare una soluzione per un virus che non si sa da dove arriva e dove arriverà. Ho un buco nero nella vita, ma sono convinto che un giorno o l’altro qualche ricordo verrà a galla. Ora preferisco pensare che grazie al mio fisico, ai medici e a chi si è preso cura di me ce l’ho fatta. Anche se, da quando sono tornato cosciente, non ho mai avuto il timore di non uscirne. Ho sempre avuto fiducia in me stesso e in chi lavorava per me”.

 

Max ricorda poco o nulla dei giorni bui. “Ma ho memoria – racconta - del trattamento che mi è stato riservato dal personale infermieristico al mio risveglio. Ragazze e ragazzi che mi sono stati molto vicini: la loro presenza, la loro premura, i loro sorrisi, le loro parole, sono state per me importantissime in quei giorni. Erano gli unici contatti umani che potevo avere. Quindi voglio dire: ragazze e ragazzi siete state fantastici, un grazie con tutto il mio cuore!”.

 

Possiamo soltanto immaginare quanto possa essere difficile risvegliarsi dopo due settimane di coma medicamentoso e non poter riabbracciare i propri cari, non poter nemmeno parlare con loro… Senza amici che ti vengono a trovare. Isolato dal tuo mondo e dai tuoi affetti.

 

“Ecco perché chi mi ha seguito e curato è stato fondamentale – dice Max -. Sentivo qualcuno vicino a me con cui poter scambiare qualche parola, a cui poter chiedere ‘ma hanno aperto i parrucchieri?’ Cose semplici, di questo genere… Comunque l’isolamento l’ho vissuto in modo abbastanza sereno, sono stato abbastanza forte da non cadere in un burn out. Mi sono anche chiesto che cos’avessi fatto di male per meritarmi un simile castigo, ma è la vita, e alla fine ho pensato: vabbè, è andata così, ma almeno adesso sono sveglio…”.

 

La tecnologia ha aiutato Max, come tante altre persone che hanno vissuto giorni e giorni di isolamento coatto in una situazione di profonda sofferenza fisica e psicologica, con la consapevolezza di essere ancora “tra color che son sospesi”.

 

“Cosa posso dire? È chiaro che è stato doloroso non poter vedere e riabbracciare i miei figli, la mia compagna, i miei amici, ma qualche giorno dopo il risveglio ho almeno potuto parlare con loro in videochiamata, ho potuto vederli sul display del cellulare. Certo, sarebbe stato meglio un caffè al bar sotto l’ospedale, ma non si poteva…”.

 

Max rivolge un appello a chi ancora non ha capito cosa può arrivargli addosso con questo virus se lo prende male…

“A tutti quelli che fanno gli spavaldi, e all’inizio forse l’ho fatto anch’io, vorrei dire che è un’esperienza da non augurare a nessuno, e che quando ti ammali come è successo a me, non sai come andrà a finire. Il mio calvario è durato un mese, altri hanno superato la malattia in pochi giorni, altri non si sono nemmeno accorti di averla presa, tanti altri sono morti. Ed è lo stesso virus. Adesso il peggio sembra essere passato, ma c’è il rischio di abbassare la guardia: invece bisogna continuare a seguire regole e raccomandazioni. Bisogna farlo per rispetto verso chi potremmo contagiare, oltre che verso noi stessi”.

Ora sogna solo di tornare a casa e il ritorno - quello che i poeti greci, narrando il ritorno degli eroi dalla guerra di Troia, chiamavano “nostoi”, da cui deriva nostalgia -, lo immagina così: “La prima cosa che vorrei fare, oltre ad abbracciare i miei cari e gli amici, è condividere un bell’aperitivo con qualche buona bottiglia di Champagne parlando del domani e non di quello che è stato. E mi immagino anche che un giorno, fumando un sigaro seduto in un giardino, mi dirò: Dio mio, sono qui perché lassù non mi hanno voluto. Mi è andata di culo… come con le figurine della Panini, hanno guardato la mia e qualcuno ha detto: ce l’abbiamo già”.

 

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