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Salute e Sanità
01.09.22 - 16:150

Malati veri e immaginari... Un terzo degli svizzeri non si sente in buona salute. Burnout, pandemia, stress da lavoro...

I risultati di uno studio commissionato dalla cassa malati CSS mettono in luce una situazione preoccupante

LUCERNA – “La pandemia può anche essere scomparsa dalle notizie, ma sembra pesare più che mai sulla salute”. Secondo uno studio commissionato dalla cassa malati CSS un terzo della popolazione svizzera non si sente completamente sano. Particolarmente preoccupante è la salute psichica delle giovani donne, che nell’ultimo anno è ulteriormente peggiorata.

Lo studio CSS sulla salute è stato effettuato dall’istituto di ricerca Sotomo e verte sulla percezione sociale di salute e malattia. La prima raccolta di dati è avvenuta all’inizio della pandemia. Ora, dopo il terzo rilevamento, i dati forniscono un monitor della pandemia che presenta l’influsso sulla salute fisica e psichica. Sono state intervistate 2136 persone nella Svizzera tedesca, francese e italiana.

Un terzo della popolazione non si sente completamente in buona salute

Nel primo rilevamento effettuato nel marzo 2020, il 22% delle persone intervistate ha dichiarato di non essere completamente sano o addirittura di essere malato. A giugno 2022 questa cifra è salita al 35%. Oltre un terzo della popolazione svizzera adulta non si sente quindi completamente sano. Lo stato di salute è peggiorato notevolmente in particolare tra giugno 2021 e giugno 2022. In questo periodo ci sono stati grandi progressi nella vaccinazione e si sono diffuse varianti del virus con decorsi meno gravi. Tuttavia, la trasmissibilità più facile e l’abolizione delle misure preventive hanno accelerato la circolazione del virus. Tutto questo ha lasciato degli strascichi: la pandemia si è trasformata in un onere insidioso per la salute pubblica.

Più giorni di malattia

Il peggioramento della percezione della salute, si legge nello studio, interessa sia giovani sia anziani. Rispetto all’anno precedente, tuttavia, la salute risulta peggiorata soprattutto tra le persone di età compresa tra i 36 e i 65 anni, che fino a quel momento non avevano riferito di quasi alcun effetto negativo.

Nel terzo anno di pandemia il numero di giorni di malattia è aumentato da 2,5 a 4,3 (2020: 3,3 giorni). Solo un quarto delle persone intervistate non si è mai ammalato negli ultimi 12 mesi. Nel 2022 è fortemente aumentata rispetto all’anno precedente la quota di coloro che sono stati ammalati almeno dieci giorni (aumento dal 18 al 26%). In questo periodo, non solo le classiche infezioni virali hanno recuperato terreno, ma c’è stato anche un forte aumento dei casi di Covid-19, sebbene in forma più lieve.

La salute psichica soffre

La serie di studi mostra un’erosione della percezione della salute fisica nel corso della pandemia. Un peggioramento, seppure meno pronunciato, è visibile anche nel benessere psichico. Dal 2021 la quota di persone con una buona salute psichica è scesa dal 74 al 71%. Soprattutto tra le giovani donne tra i 18 e i 30 anni, la situazione psichica è però preoccupante: nel sondaggio più recente, il 55% descrive il proprio benessere psichico come mediocre o peggiore. Ciò significa che il valore molto elevato dello scorso anno del 49% è aumentato di nuovo.

La pandemia come costante pericolo per la salute

Sempre più persone intervistate sono dell’avviso che le pandemie rappresentino un grande rischio per la società: nell’estate 2020 era il 39% e un anno dopo il 47%. Attualmente tale cifra si attesta al 52%. Sebbene negli ultimi due anni la pandemia fosse molto più presente e in un certo senso anche più acuta rispetto a oggi, il pericolo per la salute della società viene ritenuto più elevato. Un maggior numero di contagi e malattie in ampie fasce della popolazione sembrano quindi avere un effetto.

Il Long Covid viene preso più sul serio

Emerge una sensibilizzazione diversa anche nei confronti delle conseguenze a lungo termine del coronavirus. Un anno fa le persone dell’opinione che il Long Covid venisse alquanto esagerato (34%) erano di più di quelle che ritenevano che il Long Covid venisse piuttosto minimizzato (30%). Nel frattempo il rapporto si è ribaltato: il 44% delle persone intervistate ora trova che il Long Covid venga alquanto sottovalutato e soltanto il 21% è dell’avviso che sia socialmente sopravvalutato. Tra la popolazione il Long Covid viene preso decisamente più sul serio rispetto a un anno fa. 

Lavoro come fattore di stress non salutare per le persone tra i 18 e i 40 anni

Alla domanda sugli aspetti del proprio stile di vita che a lungo termine sono considerati gravosi per la propria salute, viene spesso citato lo stress professionale (35%) prima della mancanza di movimento (31%) e del comportamento alimentare (23%). Particolarmente marcata è l’enfasi posta sull’onere professionale in quanto rischio per la salute dei giovani adulti. Circa il 60% dei giovani tra i 18 e i 40 anni percepisce la propria professione come un fattore di stress non salutare.

Un quarto delle persone intervistate afferma di essere già stato assente dal lavoro a causa di un malessere psicologico. In questo caso si evidenzia un chiaro divario generazionale: mentre tra le persone sopra i 65 anni è successo ad appena l’8%, nella fascia tra i 18 e i 35 anni la quota raggiunge quasi la metà (44%).

Conciliazione tra lavoro e vita privata come rischio di burnout

Se il malessere al lavoro diventa un carico psicologico persistente, si può arrivare a un burnout. Il 10% delle persone intervistate indica di aver avuto una diagnosi di burnout da parte di personale medico specializzato già una volta nella vita, mentre il 12% ha parlato di burnout senza una diagnosi. Sono le persone tra i 36 e i 65 anni ad avere avuto con particolare frequenza un’esperienza di burnout. Più di un quarto di esse indica di aver vissuto un burnout, di cui il 13% diagnosticato da uno specialista.

Oltre il 55% delle persone fino ai 40 anni teme che l’estensione del lavoro al tempo libero possa condurre a lungo termine a un burnout. La generazione dei nativi digitali è abituata a essere sempre e ovunque online e raggiungibile. In particolare nel contesto del posto di lavoro digitale, ciò può trasformarsi in un serio rischio per la salute.

Paura diffusa della demenza in età avanzata

Alla domanda su quali siano le limitazioni e le malattie tipiche dell’età avanzata, per la maggior parte degli intervistati al primo posto figura la demenza rispettivamente l’Alzheimer. Il 75% teme in particolar modo questi disturbi. Chi viene confrontato nell’ambito delle relazioni più strette con una malattia grave ha in genere più paura rispetto a prima. Il 41% delle persone intervistate che ha vissuto la demenza in un parente prossimo ha ancora più paura. Soltanto per l’8% l’esperienza tende a ridurre un po’ la paura. Sebbene nel dibattito pubblico la subdola perdita di memoria sia considerata una caratteristica primaria delle malattie di demenza, il timore di questa è centrale solo tra le persone più giovani. Maggiore è l’età delle persone intervistate, meno la perdita della memoria e delle relazioni viene percepita come una minaccia.

Lo Stato, gli ospedali e il settore privato devono promuovere la digitalizzazione

La digitalizzazione apre nuove prospettive per il settore sanitario. Il 90% delle persone intervistate è dell’opinione che si debba dare un’accelerata alla digitalizzazione nel settore sanitario. Emerge inoltre che la responsabilità a tale riguardo sia piuttosto dello Stato (33%) che del settore privato (2%). L’opinione più diffusa è che in questo caso sarebbe necessaria una collaborazione tra Stato, ospedali e settore privato (43%).

La raccolta e l’impiego di dati sanitari digitali sono indispensabili per migliorare le possibilità di cura supportate dalla tecnologia digitale. Il 57% degli adulti è tendenzialmente disposto a mettere i propri dati sanitari a disposizione di un organo indipendente. Un’opposizione è presente soprattutto nella Svizzera francese. L’81% delle persone intervistate, fondamentalmente disposto a condividere i propri dati sanitari, lo farebbe per ottimizzare la prevenzione sanitaria. Soltanto il 19% si metterebbe a disposizione della ricerca privata. Colpisce, tuttavia, che molti intervistati giovani siano d’accordo che la ricerca accademica utilizzi i loro dati sulla salute. Quattro persone su cinque sono disposte a utilizzare una cosiddetta offerta Hospital-at-Home (sorveglianza automatica dei dati sulla salute e somministrazione dei medicamenti controllabile digitalmente). Oggi queste offerte sono pensate in particolare per le persone anziane con malattie croniche. Tuttavia, dall’analisi emerge che il maggior grado di consenso si riscontra nel gruppo di età fra i 36 e i 65 anni.

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