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Salute e Sanità
07.02.21 - 09:580

San Giovanni, Cavalli nega la versione delle infermiere, loro sono furibonde e un ex capo reparto di Chirurgia le sostiene

"Abbiamo lavorato sul piano estraibile di un armadietto e senza alcuna cappa di aspirazione per preparare i farmaci, inizialmente senza alcuna protezione personale (guanti, manicotti, mascherin). Ci siamo inventate tutto?", sbotta una

BELLINZONA - Hanno denunciato di essersi ammalate a causa della preparazione di farmaci chempioterapici, oltre che dell'uso del formaldeide. Qualcuno non crede alla storia delle sette ex infermiere del San Giovanni di Bellinzona, che sempre attraverso Il Caffé continuano a raccontare la loro vicenda, scendendo nei dettagli di come lavoravano.

"Abbiamo fatto quelle preparazioni in un piccolo locale, quello  che ospitava noi infermiere. Lo abbiamo fatto si-ste-ma-ti-ca-men-te (scandito in questo modo dalla donna, ndr) almeno per due, tre, quattro pazienti al mese. E per numerosi anni. Tutti gli anni Ottanta. E sino al ‘92 o ‘93"", spiega una. "Abbiamo sistematicamente, ripeto, sistematicamente preparato le chemioterapie sul piano estraibile di un armadietto e senza alcuna cappa di aspirazione?! Inizialmente senza alcuna protezione personale. Senza guanti, manicotti, senza una mascherina. Ci siamo inventate tutto!? No, è accaduto per anni, non per un mese o qualche settimana. Anni e anni. Ripeto, ogni mese una media di due-tre pazienti. E per ognuno un ciclo di cinque giorni. Vale a dire cinque preparazioni. E per ogni paziente a portarci la ricetta, così ricordiamo tutte, erano i medici di oncologia. Sarà magari successo qualche volta, non posso escluderlo, che qualche medico di chirurgia ci abbia fornito la richiesta, ma certamente in accordo con l’oncologia", è la sua rabbia. Tutte e sette hanno tumori o malattie autoimmuni, una nel frattempo è deceduta.

"Poi dal ‘92-’93 e sino alla fine degli anni Novanta, la lavorazione è stata spostata in Oncologia. Con protezioni personali e tanto di cappa di aspirazione. Tutto in regola, nulla da ridire per quegli anni anche se poi, mi pare dal 2000, siamo ritornate in Chirurgia. Con protezioni di sicurezza personali ma con solo una piccola cappa di aspirazione, non sufficiente allo scopo. E così siamo rimaste per qualche anno, sino a quando è stato aperto un laboratorio centralizzato in Farmacia", racconta ancora. Ma è furiosa. 

Motivo della rabbia sono le dichiarazioni dell'oncologo Franco Cavalli, che nei giorni scorsi ha negato che si lavorava in quel modo. "Escludo categoricamente che la preparazione delle chemioterapie prescritte da noi avvenissero nel reparto di chirurgia! Questo era compito dell’oncologia", ha confermato lo stesso al Caffè.  "Lo ripeto con assoluta certezza, a partire dalla fine del 1977, quando sono arrivato a Bellinzona e sono stato nominato responsabile del Servizio oncologico cantonale, le chemioterapie per i pazienti ammalati di tumore sono sempre state preparate da noi, nell’ambulatorio di oncologia. Venivano poi consegnate ai rispettivi reparti, anche a quello di chirurgia ovviamente. L’unica possibile spiegazione che posso darmi è che qualche medico prescrivesse farmaci chemioterapici senza interpellare noi. Di sua iniziativa, ne avrebbe avuto il diritto, non era proibito, anche se l’organizzazione già all’epoca era molto chiara: tutto doveva passare dal reparto oncologia".

Ma a sostenere la versione delle infermiere un ex capo reparto di chirurgia, che ha fatto giungere una dichiarazione firmata dove conferma le parole delle ex colleghe. "Aiutavo le infermiere nella preparazione dei citostatici, c’era tanto da fare, il personale era quello che era, giusto il necessario. I pazienti che dovevano essere sottoposti a terapia chemioterapica erano una media di 4-5 al mese. Il ciclo era di 5 giorni. Capitavano però delle settimane in cui non c’era nessun paziente". Un racconto che coincide con quello delle donne. 

Le infermiere vogliono risposte, non vogliono essere abbandonate dall'ospedale per cui hanno lavorato così tanti anni. "Si tratta della nostra salute e forse, chissà, anche di quella di altri ex colleghi".  

 

 

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