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Cronaca
04.06.21 - 13:210
Aggiornamento : 06.06.21 - 10:47

La fatica della ragione

I "però" di un'escalation che va spezzata e lo sforzo di capire anziché tifare

Andrea Leoni

Mai come quando la piazza ribolle, le istituzioni zoppicano e la pace sociale è in pericolo, occorre esercitare la fatica della ragione.  Quella fatica necessaria a chiarire i fatti, a comprenderli e a metterli in fila, senza innamorarsi delle tesi che per indole più ci appassionano o per intuito più ci appaiono credibili. Uno sforzo che rifugge al canto delle tifoserie che, mai come in questo momento di concitata e caotica passione, surriscalda anche le menti più razionali e seduce i cuori meno palpitanti. Tutta la fatica della ragione va opposta alle conclusioni ipotetiche e provvisorie, che trasformano gli indizi in prove, le domande, anche quelle inquietanti che stanno emergendo in queste ore, nelle tessere di un mosaico per costruire un teorema, le notizie, che vanno sempre date, in manganelli di sfiducia verso l’operato di chicchessia. Vale qui ripetere ancora una volta le parole di Giovanni Falcone: il sospetto non è l’anticamera della verità ma del khomeinismo.

Serve grande modestia per affrontare con cognizione di causa la vicenda dello sgombero e dell’abbattimento dell’ex Macello, dei fatti pregressi, di quelli successivi e di quelli che verranno. Siamo convinti che la maggioranza dei cittadini, pur sotto la cappa emozionale e contraddittoria di queste ore, vogliano innanzitutto comprendere, invece di pettinare l’arroganza di chi dice d’aver già capito tutto, da una parte o dall’altra. E anche se così non fosse, se cioè fossimo solo in pochi ad affrontare socraticamente, passo per passo, la faccenda, beh, non sarebbe un buon motivo per desistere da questo approccio.

In questi giorni di contatti frenetici, sulla piazza, al telefono, per e-mail e altro, ne abbiamo sentite di ogni. C’è chi ha già pronta la forca per impiccare il Municipio o i molinari. Chi sputa sentenze, perché gliel’ha detto l’amico o il cugino come sono andate davvero le cose. Chi gioca a minimizzare o a esaltare le responsabilità degli uni e degli altri. Quelli che, comunque, non credono a nessuno e non ci crederanno mai. Coloro che prendono solo i pezzi della storia utili alla narrazione che più gli fa comodo e si scordano, o tacciono, gli altri mattoncini, quelli che la saboterebbero. Per non dire dei “pesisti” che giudicano, e spesso giustificano, le varie azioni rapportandole a quelle della controparte, nel presente o nel passato remoto. Infine, ci sono quelli che si augurano il peggio: chi spera che la manifestazione di sabato degeneri nella violenza e chi auspica che tra le macerie dell’ex Macello si trovi amianto sufficiente da poter inchiodare le autorità (e chissenefrega dell'incolumità e della salute delle persone). Un cinismo aberrante, espressione atomica dell'idea del tanto peggio, tanto meglio. È così che si crea un’escalation.  

I “però” sono gli anelli della catena che alimentano la spirale delle ostilità. I fatti sono certo concatenati, e a questa logica non si può sfuggire, ma per spezzare l’escalation occorrerebbe analizzarli uno per uno, secondo il principio della semplicità, che per sezionare una situazione invita a chiedersi di ogni cosa che cos’è in sé. Come metro di giudizio, certamente arbitrario, si potrebbe utilizzare la violenza oppure la separazione di ciò che è civile da ciò che non lo è. Facciamo qualche esempio. L’abbattimento notturno dell’ex Macello è un atto terribile, violento, come abbiamo già avuto modo di scrivere con chiarezza. Ma proviamo orrore anche per gli slogan minacciosi da Piazzale Loreto - evocativi di una pagina infame della gloriosa storia partigiana - scanditi dai manifestanti verso Marco Borradori e Norman Gobbi. Così come è intimidatorio, indegno, portare centinaia di persone sotto l’abitazione di un politico - che decide, azzecca e sbaglia nell'esercizio delle sue funzioni e su mandato democratico - spostando la legittima protesta dai luoghi della politica (Palazzo Civico) a quelli della vita privata. A chiacchierare siamo tutti bravi, ma chi vorrebbe ritrovarsi due o trecento avversari politici rabbiosi sotto casa? Molti diranno “però” dopo aver letto queste ultime righe. Però è più grave l’abbattimento della marcia sotto casa del sindaco. Però cosa sono gli slogan minacciosi rispetto a certi titoli del Mattino? Però l’occupazione dell’ex Vanoni, no, e invece quando la Lega bloccò l’autostrada…Però, però, però! Sono questi “però” che vanno spezzati, uno per uno, senza mai fare sconti.  Anche se è difficile, me ne rendo conto. Ma occhio per occhio si diventa ciechi, diceva Ghandi.

Altri fatti, altri metri di misura per valutarli, ognuno si scelga il suo. Sull’intervento di sabato sera all’ex Macello, con le relative responsabilità operative e politiche, va fatta piena luce e senza tentennamenti. L’inchiesta del PG Andrea Pagani, ed eventualmente i tribunali, dovranno accertare se sono stati commessi dei reati (e ribadiamo un principio di civiltà: per tutti vale la presunzione d’innocenza). Potrebbero poi emergere elementi non di rilevanza penale, ma rilevanti da un punto di vista politico e amministrativo. Su questi aspetti, se del caso, toccherà agli organi esecutivi e legislativi interessati occuparsene.

Altri fatti da non dimenticarsi. Nel mese di ottobre una collega della Regione è stata presa a testate durante un sit-in autogestito a Molino Nuovo - senza che mai sia giunta una condanna dell’episodio - a cui sono sono seguiti per le vie della Città vandalismi di vario tipo. Nel mese di marzo, durante un’adunata in stazione, si sono registrati scontri con la polizia, con il lancio da parte dei manifestanti di pietre ed altri oggetti contundenti. A quella protesta seguì un comunicato del Molino che si concludeva con queste parole: “Qui siamo e qui restiamo, se necessario con sassi e bastoni”. Dopo la disdetta della convenzione decisa unilateralmente dal Municipio, vi sono stati due mesi e mezzo nei quali l’autorità comunale ha provato in ogni modo - a brutto muso e gentilmente - ha riannodare i fili di un dialogo. Addirittura lunedì 24 maggio due municipali, Karin Valenzano Rossi e Filippo Lombardi, si sono presentati fuori dal cancello dell’ex Macello a chiedere udienza. Ogni tentativo è andato a vuoto per volontà dell’autogestione. 

In tutto questo ci sono state le elezioni. I risultati che hanno premiato la lista Lega/UDC per il Municipio - i due partiti promotori della linea dura nei confronti dei molinari -  rappresentano anche il malumore, se non la frustrazione, di una parte dei cittadini di Lugano che ne hanno piene le palle degli eccessi degli autogestiti. Ciò significa che chi vince le elezioni, poi fa quello che vuole, in barba ad ogni proporzione o addirittura alla legge? No. Assolutamente no. Ma anche questa parte della popolazione merita ascolto, considerazione e rispetto. Questa voce non va né sottaciuta, né dimenticata, né sottovalutata, come forse si tende a fare in questi giorni. E le elezioni contano, eccome se contano, in una democrazia.

Tutto quanto fin qui elencato, ci espone la complessità di una vicenda che non si può affrontare con l’accetta grossolana e semplicistica della propaganda, che separa i protagonisti in buoni e cattivi e addomestica i fatti per distribuire lezioni e patenti, condanne e assoluzioni un tanto al chilo. Serve la fatica della ragione per comprendere. Fatichiamo insieme.   

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